Celeste (1^ puntata)
Dopo la disfatta di
Caporetto, nell'ottobre del 1917, i soldati austro-tedeschi
dilagarono in Friuli; la loro avanzata determinò la fuga di circa
600.000 civili che seguivano la massa enorme dei soldati in ritirata.
Nelle campagne, i contadini caricavano su carri e carretti le proprie
masserizie, materassi, utensili, pentole di rame e quel poco di
vestiario e biancheria che si trovava nelle case dei più fortunati,
e inoltre sacchi di grano e di patate e tutti s'ingegnavano a portare
via il più possibile, a lasciare le case vuote di roba, a non
lasciar nulla agli austriaci. Le bestie non sempre si riuscivano a
salvare, e talvolta venivano abbandonate con tristezza immensa nelle
stalle e nei porcili: quelle bestie che per alcuni rappresentavano
anni di sacrifici e speranze. Non c'era altro da fare, se le
sarebbero portate via i soldati. Anche i ricchi lasciavano le
proprie ville e dimore signorili, cercando di salvare le
suppellettili più belle e preziose, che ammassavano sui grandi carri
solitamente usati per il fieno, su carrozze e calessi, per
trasportarli più lontano possibile; li caricavano all'inverosimile,
perchè non c'era tempo e la roba da mettere in salvo era molta
(qualcosa si sotterrava anche negli orti e nei giardini, in attesa di
tempi migliori). Così, capitava che qualche pezzo cadesse lungo la
strada. I contadini più poveri, che non avevano nulla da perdere
perché non possedevano nulla, non abbandonavano le proprie case, ma
restavano nei paesi, in attesa paziente di quanto sarebbe accaduto. E
capitava che trovassero, dopo il passaggio dei carri, qualche oggetto
perduto lungo la strada o gettato giù per alleggerire carichi
eccessivi; erano rami lucenti, brocche di porcellana, coperte
pesanti, interi corredi ricamati e nuovi, destinati a qualche candida
sposa. Quegli oggetti, che i contadini non erano abituati a
maneggiare, facevano loro una strana impressione, come di apparizioni
misteriose. Li raccoglievano cauti, consapevoli della loro fragilità:
doveva fare un effetto particolare la lucida porcellana fiorita in
quelle mani energiche e grandi, dalla pelle ispessita dal lavoro e
percorsa da sottili solchi anneriti dal continuo contatto con la
terra; portavano quegli oggetti nelle proprie case e per molti anni,
nelle umili stanze, nelle cucine oscure, avreste potuto trovare
vasellame di raffinata fattura sugli antichi tavoli di legno reso
lucido dall'usura e dal tempo.
Rimanevano nei paesi,
risoluti nella volontà di non abbandonare la casa, tutti coloro che
rifiutavano l'infelicissima sorte dei profughi: destino da molti
ritenuto assai più spaventoso che l'arrivo degli stessi austriaci.
Molte donne, con il marito al fronte, e con figli piccoli, non se la
sentivano di lasciare il paese e i propri cari.
Tra queste donne vi era
Santina, con i suoi due figli in tenera età: non sarebbe mai partita
per un destino ignoto, verso chissà quale luogo sconosciuto; non era
disposta a viaggiare alla ventura, senza una meta precisa, con la
prospettiva di lunghe distanze e di ulteriori spostamenti, come
singar dall'Unghjarie, si
diceva.
E la sorte incontrata dai
profughi fuggiti dal Friuli diede ragione a Santina, e a coloro che
ebbero la determinazione di restare: in molti casi, la fuga si
trasformò in una deportazione in regioni lontane e del tutto
estranee, dove non era neppur possibile comunicare perché il
dialetto era per loro incomprensibile. A ciò si aggiungeva la
miseria diffusa, e la diffidenza delle persone dei luoghi a cui
furono destinati, se non la palese ostilità, come ad esempio accadde
a chi si fermò nelle campagne della Toscana. Più avanti, finita la
guerra, i profughi, ben lontani dall'idea di stanziarsi là dove si
erano provvisoriamente fermati, ritornarono in Friuli. Molti non
trovarono più le case come le avevano lasciate, ma distrutte dai due
eserciti in guerra; iniziarono così, immediatamente a ricostruire o
a riparare le abitazioni, a dissodare e a rendere nuovamente fertili
i campi, e produttivi gli orti. Il lavoro ripartì più alacre ed
ostinato di prima.
Santina e Servilio si
erano sposati due anni prima che l'Italia entrasse in guerra. Erano
vissuti per diversi anni lontano dal loro piccolo paese, in Austria,
in Germania e in Francia. Santina era cresciuta lavorando 14 ore al
giorno in una fabbrica di mattoni, a Klagenfurt, dove, all'età di 12
anni, insieme a una sorella un poco più piccola di lei, aveva
seguito una giovane zia. Le operaie friulane dormivano, una accanto
all'altra, due per ogni giaciglio, in una baracca accanto alla
fabbrica. Le condizioni igieniche ho potuto dedurle da qualche
dettaglio dei racconti di chi visse questa esperienza. Il meccanismo
migratorio, in quei territori da poco conquistati dal regno d'Italia,
funzionava a un dipresso così: arrivava una cartolina postale o la
fotografia di qualcuno che era partito “per far fortuna” qualche
tempo prima; nelle cartoline, solitamente, si scriveva “qui tutto
bene, e così spero di voi”, o altre formule analoghe. Arrivavano,
dunque, queste fotografie-cartoline postali, e si spargeva nel paese
la notizia che nella tale fabbrica, nella tale città (non era
importante quanto fosse lontana), venivano assunti lavoranti. Nelle
“fornaci”, ossia fabbriche di mattoni, lavoravano molte donne e
bambini. Le giovani partivano, talvolta con un parente più piccolo;
il lavoro c'era davvero, ma poiché la manodopera disponibile era
molta, il salario era di pochi soldi che venivano regolarmente
spediti a casa, dove quasi sempre c'erano bambini piccoli, che non
potevano ancora lavorare nemmeno nell'orto o stare dietro alle
bestie. La famiglia di Santina era numerosa: nove fratelli, due dei
quali erano morti piccoli, mentre alcuni se ne sarebbero andati con
la Grande guerra. La mamma di Santina si chiamava Mariute, e il papà
Giovanni, ma tutti lo chiamavano “Falcuc” perché “Falc” era
stato il soprannome di suo padre (il cui nome era Zef) uomo dallo
sguardo acuto e indagatore. Falcuc aveva lavorato in Austria e poi
in Germania, dall'età di 8 anni sino ai 29-30, seguendo uno zio poco
più grande di lui. Una bella foto, trovata decenni dopo in fondo al
cassetto di una credenza relegata in un angolo oscuro della casa
(erano venute di moda le cucine all'americana, tutte di formica, e ci
si vergognava delle vecchie credenze in legno) lo rappresenta insieme
ad un gruppo di amici, seduti al tavolo di una birreria; ha dei baffi
importanti e un'ampia fronte lasciata libera dal cappello un po'
all'indietro. Porta un bel bastone da passeggio, probabile oggetto
facente parte dell'armamentario dei fotografi di allora che
costruivano, per ogni foto, una vera e propria scenografia con
piante, poltroncine, tappeti, fondali dipinti. Sul tavolo vi sono
alcuni boccali pieni. Le espressioni, le fisionomie, gli sguardi sono
tra loro diversissimi; tuttavia, questi uomini hanno in comune un
portamento fiero e nobile. In piedi, dietro al Falcuc, in una posa
più ricercata, vi è il giovane Agostino, con un cappello di foggia
cittadina, il braccio sul fianco e un'espressione alquanto altera sul
viso dai lineamenti fini: poteva permetterselo, poiché è
visibilmente il più bello e il più giovane del gruppo, ed
apparteneva ad una ricca famiglia decaduta. Quella foto fu inviata,
come cartolina postale, ad una famiglia di San Tomaso.
Tornato in patria, Falcuc
lavorava nei campi; partiva molto presto, al mattino, e ritornava al
tramonto; a metà mattinata, la nipotina Celeste gli portava il
pranzo (se era a scuola, salutava la maestra e se ne andava col suo
cestello). Falcuc doveva lavorare molto, per riuscire a non far
mancare nulla alla sua famiglia: sulla tavola c'erano il burro,
l'olio d'oliva, spesso persino la carne, con cui la moglie preparava
dell'ottimo brodo. La sera, poi, lavorava in qualche orto vicino,
per conto di chi gli affidava questo incarico; era molto bravo anche
a intagliare il legno, con cui realizzava mestoli e cucchiai per un
venditore che girava di paese in paese con un carretto pieno di
oggetti d'ogni sorta, compresi grembiuli, fazzoletti, scialli.
L’orto di casa, lo
coltivava la moglie, che si occupava anche delle galline. Tuttavia
tanto lavoro non bastava, e così Santina, insieme a una sorella e a
una giovane zia, erano partite per la Germania, così avrebbero
mandato un po' di soldi a casa, dove c'erano ancora i fratellini.
Il giovane Agostino, che
abbiamo incontrato nella foto di Klagenfurt, era il fratello di
Servilio, che avrebbe sposato Santina. Servilio era un ragazzo bello
e raffinato nell'aspetto e nei modi; lo sguardo altero, il viso dai
tratti fini, i baffi sottili e l'abbigliamento di una certa
ricercatezza erano segni d'appartenenza ad una famiglia di signori.
In realtà, dopo la morte del nonno di Agostino e Servilio, i beni
della famiglia (dei terreni e una villa, forse una grande cascina)
erano stati venduti e divisi. Luigi, il padre di Servilio, rimase
presto vedovo, con i suoi due bambini; la moglie, di nome Celestina,
era morta a causa di una febbre puerperale, dopo aver dato alla luce
una femmina prematura, che non sopravvisse. Luigi sposò in seconde
nozze una vedova, madre di due bambini; era una levatrice, tenuta in
gran conto e molto stimata anche nei paesi vicini. Quando, pochi anni
dopo, anche il padre di Servilio morì in seguito a una polmonite, la
donna, per mantenere decorosamente i quattro ragazzi, che avrebbe
voluto far studiare, intensificò il proprio lavoro di levatrice,
trovò il modo di risparmiare occupandosi ella stessa della casa, e
poi anche del campo e degli animali; ma tutto ciò non fu
sufficiente, e dopo pochi anni i figli più grandi dovettero emigrare
in Germania. Le restava Servilio, sul quale aveva riposto le proprie
ambizioni: sperava che, studiando, avrebbe potuto raggiungere una
posizione ragguardevole. Il ragazzo studiò per qualche anno a Udine,
ma i sacrifici della matrigna non bastavano a coprire le spese, e
dovette pertanto ritornare a San Tomaso, dove il comune gli affidò
l'incarico di segretario.
In paese,
Servilio era
considerato un intellettuale, e molti lo incaricavano di scrivere
lettere ai familiari lontani, sia perché molti non erano in grado di
farlo, sia perché aveva una bella ed elegante grafia: le persone si
incantavano nell'osservarlo, mentre tracciava con un fine pennino
quei caratteri che sembravano danzare come sottili riccioli
d'inchiostro.
Fu verso i vent'anni che
Servilio si invaghì di Santina, che era tornata dalla Germania, ed
ora aiutava la madre a confezionare gli
stafès, quelle
semplici scarpe di feltro nero, utilizzate quotidianamente da tutti,
nei paesi e nelle campagne. Santina aveva
gli occhi neri, che
erano una rarità, e una bella treccia di un colore castano molto
scuro, per lo più nascosta sotto il fazzoletto, che le donne
portavano, fin da giovanissime, annodato dietro la nuca e calato
sulla fronte. I colori di Santina erano, dunque, quanto di più bello
si potesse immaginare in quei paesi; la ragazza era considerata di
grande avvenenza, anche per la statura e il bel portamento. Servilio
si sentiva invidiato dai giovani del paese; la sua fidanzata era
molto corteggiata, ma aveva rifiutato tutti i pretendenti, tranne
lui.
Anche Servilio era
considerato un bellissimo giovane, e molte erano le ragazze che
avrebbero voluto sposarlo, ma egli non vedeva che Santina.
I genitori della giovane,
però, non erano contenti. E, mentre Falcuc evitava di esprimere la
propria opinione, com'era il suo solito, la mamma Mariute non temeva
di manifestare alla figlia quanto fosse preoccupata per il suo
futuro: Servilio apparteneva a una famiglia di signori, che, sebbene
caduti in miseria, cercavano di mantenere le abitudini a cui erano
affezionati, che li distinguevano dagli altri: non vedeva, forse,
come si vestiva? E quante ragazze lo corteggiavano? Avrebbe mai
lavorato i campi, quel giovane? Questo, a un di presso, era ciò che
la mamma Mariute cercava di far capire alla figlia la quale,
innamorata del bellissimo Servilio, non voleva sentire ragioni, e
ogni sera, dopo il lungo lavoro degli stafès,
riprendeva a cucire il proprio corredo. Una fotografia del tempo la
ritrae in un interno – uno studio fotografico con modesta
scenografia- insieme a due amiche, o forse sue compagne di lavoro,
probabilmente sue coetanee: Santina ha i capelli raccolti, ma con
morbide onde che circondano il suo viso ovale; lo sguardo appare
dolce ma attento, le labbra sono delicate, ma piene. Una camicetta a
righe sottili, guarnita con passamaneria ricamata, la ricopre sino al
collo; indossa una gonna che le arriva alle caviglie, ma la stoffa
ha una fantasia vivace e chiara. Con evidente imbarazzo, tiene in
mano due rose bianche, ma rivolte verso il basso, quasi a
nasconderle, come chi non è abituato a portare fiori. Una delle
ragazze sembra sfogliare una rivista di moda aperta sopra un
tavolino, ma il suo sguardo è diretto verso l'obbiettivo del
fotografo. Quella foto è l'unica immagine che ritrae Santina da
ragazza: una foto era un lusso, per una giovane della sua condizione,
ma lei la volle per donarla a Servilio.
Santina aveva carattere,
si dimostrava ostinata nelle proprie decisioni, e così rimase per
tutta la sua lunga vita. Non diede retta alla madre, non fece caso
alla mite e silenziosa perplessità del padre, e sposò il giovane
tanto amato.
Una fotografia-cartolina
postale color seppia, di cartoncino abbastanza spesso, ritrae la
coppia, che fa una gran figura; Santina è felice: i suoi occhi
parlano della sua gioia, ed anche del suo orgoglio, di essere sposa:
i capelli sono raccolti molto morbidamente, quasi a esaltarne
l'abbondanza, in un'acconciatura elaborata. E' un'occasione speciale,
ed anche l'abito è bello: la lavorazione è accurata, con molti
dettagli. Lo sposo, impeccabilmente vestito di scuro, con un alto
colletto inamidato secondo la moda di allora, ha un'espressione
altera e distaccata; ha la mano poggiata su un fianco, e non guarda
nella direzione dell'obbiettivo, né della sua sposa, ma è come
intento ad osservare qualcosa di esterno alla fotografia. Il viso è
molto bello: di un ovale perfetto, il naso sottile e i baffi solo un
poco arricciati.
Dopo le nozze, Servilio
continuò a svolgere il suo lavoro di segretario. Aveva preso in
affitto una casa con una grande cucina, una grande camera da letto, e
un bell'orto. In precedenza, quell'antica casa era stata una locanda,
e nella grande stanza al pianterreno si ballava, la domenica
pomeriggio.
Santina era orgogliosa di
questa casa, dove lei si sentiva una signora; nella cucina al piano
terra c'era il fogolar, un tavolo di legno antico, ed una panca tra
il muro e il tavolo. Sembrava una panca da chiesa, era scura e lucida
per l'usura. C'erano pentole di rame appese al muro, come allora si
usava; Santina pensava che le avrebbe lucidate, come nelle case dei
signori. il soffitto era un po' affumicato, ma il pavimento della
cucina era composto da belle lastre di pietra, che non tutti potevano
permettersi. Al piano di sopra – collegato al pianterreno tramite
una scala di pietra, dagli alti gradini e dal passamano consunto –
c'era la camera degli sposi. Era una grande stanza, dove i muri erano
stati imbiancati con la calce di recente; il letto era ampio, ed
aveva quella forma “a culla” tipicamente ottocentesca, ormai
introvabile, con due alti materassi di lana. C'era un attaccapanni
appeso ad un muro (un'asticciola con semplici chiodi), ed un baule.
Ma c'era anche una cassettiera, arredo non comune nelle campagne, e
appoggiato sulla cassettiera, uno specchio basculante; sotto lo
specchio un piccolo cassetto, forse destinato a custodire i gioielli
della sposa. Il pavimento era composto di assi di legno chiaro e
lucido: una rarità, in un piccolo paese. Per di più, la grande e
bella camera si affacciava su una poggiolata in legno, con la
ringhiera lavorata. Santina era molto felice, da sposa novella, e in
qualche modo gustava l'invidia sottile delle sue coetanee del paese.
Tuttavia lavorava, coltivando le verdure e
occupandosi delle galline; avevano comprato anche un maiale, che se
ne stava in una casetta di pietra a fianco al gabinetto, nell'orto.
Ma, con l'arrivo del primo
figlio, nato in una delle radiose giornate di
maggio del 1915, Servilio dovette
decidere il proprio futuro, e quello della sua famiglia. Così,
risolse di partire per la Francia, dove il lavoro c'era perché,
nonostante la guerra, a Parigi si continuava a costruire, a rendere
più moderni i quartieri e le strade. Aveva chiesto alla Santina di
partire con lui: ebbene, sì, di emigrare; gli piangeva il cuore
allontanarsi da lei, era veramente innamorato! Ma la moglie aveva
rifiutato perché non voleva lasciare il suo primogenito ad una
balia, né tanto meno avrebbe potuto portarlo con loro. Tanta
ostinazione a restare in paese, e a non volerlo seguire, finì con il
creare dell'ostilità, e anche qualche lite. Servilio partì, dunque,
insieme al fratello; qualche settimana dopo, ricevette dalla moglie
una lettera, con cui gli annunziava che sarebbe diventato di nuovo
papà.
Celeste nacque nella
stagione della vendemmia, anche se in quell’anno, il 1916, mancava
il consueto entusiasmo per la raccolta dell'uva, e si cercava
piuttosto di portare avanti il necessario per sopravvivere: i
prodotti dell'orto, le galline e qualche mucca per i più fortunati;
un maiale, per chi poteva permetterselo. Nei paesi, come durante
tutte le guerre, restavano solo le donne, i vecchi e i bambini; gli
uomini erano al fronte o erano emigrati.
Nel 1917, dopo Caporetto,
gli austriaci si stanziarono per un periodo anche a S.Tomaso. Dopo
anni ed anni, Santina avrebbe parlato di quei soldati come di
presenze innocue; alcuni ufficiali si erano stabiliti nella casa di
Santina e Servilio, ma avevano occupato una sola stanza senza dare
alcun fastidio, anzi, lasciando poi una quantità di scatolame, ed
altri viveri. Gli Austriaci erano fratelli, da secoli; questo legame,
questa appartenenza non era scomparsa con la conquista da parte del
regno d'Italia. Uno di questi ospiti si affezionò particolarmente a
Celeste, che nell'estate del 1917 aveva un anno; spesso chiedeva a
Santina se poteva tenerla per un po'. Così, finché gli austriaci
rimasero in paese, si poteva incontrare l'austriaco con la bambina in
braccio: se la portava in giro orgogliosamente, e per questo i suoi
compagni lo chiamavano scherzosamente Celeste.
Quante volte, diventata adulta, Celeste ripensò a questo giovane,
che forse, a casa, aveva lasciato una bambina piccola, simile a lei
per il colore dei capelli e degli occhi; probabilmente gliela
ricordava. Si domandava anche quale fosse stato il destino di quel
giovane, da lì a poco. Celeste conservò nel cuore, per tutta la
vita, questo ricordo, e lo trasmise: un ricordo che rimane, dopo
oltre un secolo, dolce e nostalgico.