L’adolescente e la sua cameretta
Quasi
tutti gli adulti, genitori, insegnanti, psicologi, educatori, etc.,
sono oggi in allarme crescente per l’utilizzo dei dispositivi
elettronici e il rischio di dipendenza che
essi comportano,
rischio
ormai segnalato
come dato di fatto. Data la vastità dell’argomento e, soprattutto,
la varietà dei possibili dispositivi in uso, mi limito all’argomento
“smartphone”.
Vorrei
spezzare una lancia in favore, anche se con riserva, di tale
utilizzo.
Il
cellulare è la “cameretta” dell’adolescente di oggi, il suo
spazio privato, una sorta di rifugio, come fosse un luogo in cui
isolarsi, chiudendo a
chiave una
porta virtuale per evitare interferenze da parte degli adulti.
Chiudersi
a chiave è proprio di chi non vuole essere disturbato, ma
anche di
chi vuole agire senza le
evidenti
difficoltà che comporta
la
presenza
e
la vigilanza dell’adulto,
anche per quanto
riguarda
la possibilità di esprimere liberi le proprie emozioni e le proprie
paure, oltre a sentimenti ed altro.
Noi,
genitori
e insegnanti di oggi,
avevamo le nostre fotografie che tenevamo in parte nascoste in
qualche libro, tra la sovraccoperta e la copertina, avevamo un diario
segreto, che talvolta lasciavamo leggere a qualche amica o amico in
cui riponevamo
la
nostra
fiducia. Custodivamo
questo diario (che
poteva avere un lucchetto, apribile con qualsiasi forcina da capelli)
in fondo a un cassetto, sotto le
magliette e i blue-jeans.
Avevamo un album dei ricordi, con
disegni e dediche. Avevamo,
soprattutto, lettere e cartoline, anche queste – se era il caso –
nascoste. Lettere che potevano custodire un fiore essiccato, molto
romantico. Avevamo ricordi che ci piaceva
conservare, quali biglietti dell’autobus o del treno, tovagliolini
di carta con su scritto “ti amo” o “alla mia migliore amica”
(vale tutt’ora la frase “siamo migliori amiche) e qualche
disegno, qualche adesivo che allora si
usava collezionare.
Avevamo
anche libri la cui lettura sembrava, allora, riprovevole.
Quando
un genitore entrava di soppiatto, in nostra assenza, nella nostra
cameretta, alla ricerca del
diario, fedele custode dei nostri segreti, quando questo spazio
privato veniva violato, così come le nostre pagine dove
i nostri pensieri scorrevano liberi giorno per giorno,
ci sentivamo morire, ci arrabbiavamo, ritenendo che non avremmo più
potuto avere nulla di nostro che non venisse
scoperto e giudicato.
Come
ci saremmo sentite, che cosa avremmo scritto e soprattutto come
avremmo descritto il nostro privato, se qualcuno ci avesse osservato
dall’alto
della sua autorità?
Oppure,
se
avessimo saputo che le nostre pagine sarebbero state visionate dai
genitori?
Sto
pensando alla spontaneità, al senso di libertà che percepivamo
scrivendo i
nostri pensieri, le nostre esperienze e la vita quotidiana. Se
avessimo avuto la consapevolezza di una supervisione, avremmo
scritto nel modo più innocuo e ci saremmo posti
molti limiti; avremmo
forse scritto secondo quella che ritenevamo la nostra immagine più
rassicurante, quella che gli adulti si aspettavano da noi.
Guardavamo
i
nostri film e
telefilm,
seguivamo quei
pochi
canali che trasmettevano I
primi
videoclip, ascoltavamo la nostra musica di solito poco
tollerata,dagli
adulti, proprio
come accade anche oggi (quanti di noi apprezzano rap e trap?).
Oggi,
gli smartphone hanno
acquisito questo ruolo,
per i nostri alunni, per i nostri adolescenti. C’è W.A. (chi ha
detto che lo usano meno di prima?) ci sono i loro
virtuali
album di foto, c’è instagram che solo i followers possono seguire,
mentre
FB non va più di moda: sono gli adolescenti stessi a sostenere che
ormai lo utilizzano solo i cosiddetti
boomer
; in
realtà, qualche ragazza/ragazzo lo usa ancora.
Inoltre,
attraverso
il cellulare guardano film
e video, ed
ascoltano musica.
Non
dobbiamo poi
dimenticare che, durante l’emergenza covid 19,
numerosissimi studenti si sono avvalsi del cellulare per collegarsi
alla DAD, per svolgere i compiti e per studiare; spesso ciò era
dovuto al fatto che la famiglia non era in possesso di un pc o di un
tablet; talvolta lo strumento era messo in comune tra più componenti
della famiglia. Senza contare che il cellulare era divenuto l’unico
mezzo attraverso il quale mettersi
in contatto
con gli amici e con le persone che non appartenevano al ristretto
nucleo familiare: altrimenti
l’isolamento sarebbe stato totale.
Anche
l’utilizzo
dei “moduli” da parte di numerosi insegnanti – ma
non tutti, ovviamente–
che
si protrasse ben oltre il Covid e continua tutt’ora, con
le lezioni in presenza, hanno in qualche modo “abituato” gli
studenti ad usare i cellulari in classe, a scopo didattico.
Sono
alcuni motivi che si sommano ad altri, e che rendono difficoltoso,
talvolta, staccare i ragazzi dai loro smartphone.